Vorrei

A volte mi sento viva. Solo che non me lo ricordo mai.
E così ho l’impressione di non essere viva mai, di non essere viva più.
A volte, come stasera, sento la tristezza arrivare ad ondate e arriva da fuori di me, ondate di vita altrui, che mi ferisce per riflesso, o per ricordo, o per una morbosa gelosia…

A volte sento la gente vivere intorno a me e mi prendo la fatica immensa e il disturbo di invidiarla… a volte di imitarla… assai di rado di comprenderla, o di comprendere lo sforzo che gli costa vivere, vivere più di me.

In fondo quando penso che sono vuota e annoiata e fredda e cattiva e egoista semplicemente penso che mi manchi essere viva.

O essere in forze.

O essere.

Vorrei tanto -?- riuscire in qualcosa.

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Stasera

Ho il cuore a pezzi stasera.
Era tanto che non mi succedeva; una tristezza antica. Una tristezza d’amore.
Saranno i ragazzi abbracciati sulla panchina? Il ciclo, il compleanno vicino? Le tue larghe spalle e stanche, il mio essere una donna da sposare ma non da te?
Sarà la notte trascorsa nella calda delusione del sottrarre felicità da una già piatta vita?
Lo sprecare anche il desiderio gettandolo via insieme alla voglia?

Da quando ho relegato ogni sogno di fugace felicità al soddisfacimento di una fantasia?
Da quando la fantasia è diventata più appagante della vita, della realtà?
Quanto, quanto spreco preferire e vagheggiare e scegliere l’immaginaria levigatezza della tua pelle alle splendide imperfezioni di chi mi giace accanto senza paura di essere reale, senza vergogna di essere bello, senza imbarazzo di essere fallace…
Quanta fatua vanità – superbia? – nel non saziarsi del desiderio e dei franchi complimenti di chi mi si prende con sana voglia, e attendere e gioire scioccamente di superficiali flirt che non raggiungono nemmeno il livello del gioco stimolante, quando l’unico stimolo in realtà è il mio cervello, che costruisce mattone su mattone storie infinite di istanti che posso descrivere ma non vivere, in un ripetersi di frustrata eccitazione quotidiana.

Eppure stasera,
stasera,
è l’amore che manca.
Quello che tu ostenti, che vedo che senti e che sorprendentemente ti invidio.
Quello che vorrei ma non saprei accettare, quello che mi ha fatto esitare al brivido di piacere di poter essere una donna da sposare, non tua, non sua, ma di qualcuno un giorno – una vita.
Qualcuno per cui vorrei forse essere e prima ancora diventare una donna da sposare, e non soltanto una donna da scopare.

Ma questa è una fantasia troppo grande per me, troppo falsa e utopica, persino più di te.

Da avere più paura che si possa avverare che si spenga.

Ma forse quando inizia a far male, non si chiama più fantasia.

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Vento d’estate

Come fai a non amare il vento? Il vento è forte e arrogante e violento e dove passa tutto è flessuoso è piegato e vessato e si adagia e distende e si adombra e si agita

Proprio tu che ti dai tanto da fare per disperdere i tuoi pensieri come puoi non amare il vento, che da solo senza nulla dover fare ti porta via tutto ciò che abita la mente, sgombra e spazza via senza sforzo, senza dover correre o pedalare senza neanche dover collaborare, basta solo voltarsi e prenderlo in faccia, e lasciarlo entrare, come un uomo poderoso che sa ciò che vuole e se lo prende senza troppo temere di far male o di strappare, che sa che quel che strappa piace, che anche a te serve quella passione e la veemenza, che ciò che non riesci a estirpare in te stesso ben venga arrivi il prepotente che può e riesce.

Come si fa a non amare il vento, che in questo caldo pomeriggio dorato tutto mi sembra connesso e somigliante a un amplesso, alle gioie e i tormenti del sesso, ai movimenti furiosi della libidine liberata e i campi e i prati che vedo falciati e piegati frustati e gli alberi chini, che gemono forte, gli arbusti proni, tutti, tutti invidio per questa grandiosa e selvaggia scopata con il virile spirito della libertà.

Forse ancora non ami il vento perché non sai cosa ti farei e cosa ti farei fare avvinghiati e sferzati in quei campi in quei verdi in quei bruni in una giornata di vento come questa, i gemiti coperti e i versi inghiottiti dalle foglie delle fronde…

Allora credimi, credimi che lo ameresti il vento, come amerei io te. 

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Annoiata a vita

Mi annoio. Mi annoio così tanto… non so perché quando si avvicina la primavera, gli alberi sbocciano e gli ormoni circolano più in fretta, mi prende questa orribile noia, insofferenza, irrequietezza.

La noia è un abito troppo stretto, ti sta stretto il lavoro, stretta la famiglia, stretti gli amici stretti e chiunque abbia un cuore che batte. Solo il cuore che ti appartiene non sta stretto perché non ha più dimensione, sta comodo sulla punta di uno spillo. 

Dalla noia resta fuori scoperta e fuori luogo la libido, la sottostima e una nuova ossessione per il ritorno al proprio corpo come sede di muscoli e di grasso, gli uni da scoprire e l’altro da estirpare, il fiato da guadagnare per aggiungerlo alle armi da assalto per assaltare le ore di vuoto al di fuori delle ore di gabbia, le ore di libertà, libertà di annoiarsi e rigirarsi in un vestito troppo stretto, in una libido troppo vasta e anarchica, in un corpo grasso e senza allenamento, senza più passioni, sempre strette e scoperte e scoprenti quando tutto ciò che voglio rivelare è un corpo che non è all’altezza, all’altezza dei desideri e delle passioni e ciò che vorrei coprire è la noia che mi stringe e la bassezza a cui sono scesi corpo desideri e anima nei tempi trascorsi.

E così mi annoio in attesa che una volontà non propria, una spinta che nasce da una spina nel fianco, una costanza in cui mai fui costante mi spingano a correre abbastanza forte da lasciarmi indietro i vestiti stretti e i pensieri stretti e i lavori stretti e i desideri sbagliati e i sogni infranti e i cuori riassorbiti e chissà cos’altro, dovrò essere veloce davvero, altroché, per ora non riesco a lasciare indietro che una manciata di km e sicuro non sono abbastanza.

Meno male che ho a disposizione una due ruote… e un mucchio di salita. 

Respira.

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Mancamenti

Mi manca questo spazio, quel mio scrivere. Mi manca, nei rari momenti in cui mi rammento che c’è ancora qualcosa che è valevole di mancare.

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Tanti auguri

È’ passato da pochi minuti il tuo compleanno… E nemmeno lo sapevo. 

Senza riuscirmi a scrollare di dosso la tristezza, oggi, a poco più di un anno da quando ci siamo conosciuti, ho ceduto alla ben nota tentazione di cercarti; non riuscivo davvero a lasciare trascorrere un altro giorno in cui parlo e sorrido solo alla tua immagine nella mia testa.

Quasi un anno che ti conosco, che ho imparato a conoscerti un poco, quasi un anno che ti penso tutti i giorni a tempo perso, a sguardo perso nel vuoto, a orecchie perse dentro il suono dei tuoi passi, della tua voce inconfondibile e vibrante.

Quasi un anno che mi impicco con tutta quella corda che ti sei tanto compiaciuto a darmi, con cui abbiamo giocato e ci siamo divertiti, questo almeno insieme, noi due. 

In un anno sono cambiate così tante cose nella mia vita che mi gira la testa solo a pensarci, che sono ancora incredula di vedere ogni giorno i miei stessi occhi ricambiare lo sguardo allo specchio. 

Tutte le cose importanti che mi sono successe, le decisioni i passi le esperienze i successi le paure e le sfide, le emozioni la tristezza i vuoti la libertà l’indipendenza la solitudine… Una vita in un anno o poco più…

E come cornice inconsapevole a tutto questo, come contorno e a volte piatto forte involontario e inopportuno, come sottofondo futile eppure a tratti salvifico… Tu.

Di nulla d’altro ho scritto più, ma te non riesco più a tenerti dentro. 

Togli il respiro quando ti vedo, chiudi lo stomaco, annebbi la vista, acceleri il cuore… Il mio corpo non è più mio quando ci sei. Da troppe vite non mi sentivo così.

Ma tu non ci sei mai. Incontrarti è un piacere troppo raro, casuale, e quando mi restituisci il mio corpo non c’è un organo, un lembo di pelle in me che non provi dolore. Per giorni.

Non lascerò mai che sia amore. 

Perciò, tanti auguri ancora ragazzone, ti voglio bene. 

E tanti auguri a me.

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31 anni e un’utopia

essere stupidi e desiderare comunque e sempre la felicità 

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Perdere l’amore… quando si fa sera.

Com’è l’amore? È caldo, è freddo?

È rosso intenso, è in bianco e nero?
L’amore è buono, o è crudele e feroce?

Ti fa sentire un dio? Ti fa sentire un pezzo di carne macinata?

L’amore rende euforici, o sereni? Ti congela il respiro, o ti fa rombare il sangue nelle vene?

È perfetto e indimenticabile? O è fugace e transitorio?

Ricordo bene chi ho amato, e ricordo di avere amato… E di avere amato tanto.
Ma più non ricordo com’è l’amore.

Dovrei essere triste? Mi perdo qualcosa?

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sweet dreams 

E non credo che ammazzarmi di cioccolata mi aiuterà, comunque.

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Scambio di doni

Sei venuto da me con quel sorriso… davvero non pensavo di aver colto così tanto nel segno. Un gran bel sorriso, che non ti conoscevo.

Mi hai colto di sorpresa, abbracciandomi, e quando ti ho baciato sul collo di soppiatto, che delizia, il tuo profumo mi ha sconvolta, mi ha inebriata, totalmente alla sprovvista.

Una ragazzina d’improvviso. Mi sono fischiate le orecchie per ore. Per ore, giuro.

Incredibile.

Più tardi sei tornato e senza alcun avvertimento hai appoggiato le tue labbra sulle mie. Una dolcezza insospettabile, che non ti conoscevo.
Non ricordavo nemmeno più di averle, le labbra, prima che ci chiudessi la tua bocca sopra.

E il fischio si è riacceso, insieme a quel che sopravvive del mio cuore.

Esterrefatta. Una ragazzina.

2014. Rammento poche cose più commoventi di quelle labbra, del tuo sorriso spontaneo e del tuo collo caldo e profumato. Nessuna più della mia disarmata sorpresa e di quel fischio insistente.

E pensare che non era neppure amore.

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